Com'è nata la batteria: dal "double drumming" al drum set moderno

· Andrea Ciosti Cetica

Quando ti siedi alla batteria fai una cosa che, a pensarci bene, è stranissima: suoni da solo il lavoro di tre o quattro percussionisti. Il piede destro fa la grancassa, il sinistro i piatti, le mani si dividono tra rullante, tom e ride. Ci sembra normale, ma per secoli non lo è stato affatto. Nelle bande militari e nelle orchestre ogni tamburo e ogni piatto aveva il suo musicista.

La batteria, insomma, è uno strumento giovane: ha poco più di cento anni. E la sua storia è una storia di ingegno, di necessità e anche di risparmio.

Il "double drumming": una persona, due tamburi

Tutto comincia negli Stati Uniti nella seconda metà dell'Ottocento. Dopo la Guerra civile, la musica popolare più diffusa era quella delle bande, dove servivano più tamburini. Nelle orchestre dei teatri e nelle orchestrine da ballo, però, spazio e budget erano limitati, e si cominciò a chiedere a un solo batterista di coprire più parti.

Nasce così il double drumming: un solo musicista suona con le bacchette sia il rullante sia la grancassa, posizionati vicini. Di solito la grancassa cadeva sui tempi forti, l'uno e il tre, mentre il rullante riempiva lo spazio in mezzo. Era un modo ingegnoso di arrangiarsi, ma aveva un limite evidente: le mani erano sempre impegnate.

Il pedale: liberare le mani

Per liberare le mani bisognava far suonare la grancassa ai piedi. Già dall'Ottocento i batteristi sperimentavano vari meccanismi a pedale, ma nessuno si era davvero imposto.

La svolta arriva nel 1909. A Chicago William F. Ludwig, percussionista d'orchestra, fonda con il fratello Theobald la Ludwig & Ludwig e brevetta un pedale per grancassa a molla, che si appoggia a terra. Era pensato per i batteristi di ragtime, jazz e circo, che avevano bisogno di velocità e controllo. Il principio di base di quel pedale è sostanzialmente quello che usiamo ancora oggi.

Con la grancassa ai piedi, le mani diventano libere di esplorare: ed è qui che la batteria comincia davvero a nascere come strumento a sé.

Le "trappole": il batterista tuttofare

Nei primi decenni del Novecento il batterista lavorava nei teatri di vaudeville, accompagnava i film muti e gli spettacoli. Oltre a tamburi e piatti aveva a disposizione decine di oggetti per fare effetti sonori: campanelli, fischietti, blocchi di legno, tom-tom cinesi, perfino macchine per imitare la pioggia o il treno.

Da qui viene il nome "trap set", e i musicisti erano chiamati "trap drummers". Sull'origine della parola ci sono due versioni: secondo alcuni è l'abbreviazione di contraption, cioè "aggeggio", "marchingegno"; secondo il dizionario etimologico Etymonline deriva invece da trappings, l'insieme degli oggetti personali e dell'attrezzatura. In entrambi i casi il senso è chiaro: il batterista era quello con tutta la "roba".

Dallo "snowshoe" allo hi-hat

Mancava ancora un pezzo fondamentale: il charleston. Negli anni Venti comparvero i primi piatti azionati dal piede, montati su due assi incernierate che ricordavano una racchetta da neve, da cui il soprannome "snowshoe". Poi arrivò il "low-boy", una coppia di piatti a pochi centimetri da terra, suonata solo con il piede.

Intorno al 1926 comparvero i primi supporti alti, che portavano i piatti all'altezza delle mani: lo hi-hat moderno. Chi l'abbia inventato è ancora discusso, e varie fonti fanno nomi diversi. È certo, però, che negli anni Trenta un batterista come Jo Jones, con l'orchestra di Count Basie, trasformò lo hi-hat in uno strumento espressivo per tenere il tempo.

Negli stessi anni il batterista diventa anche protagonista: basta pensare a Gene Krupa, di cui ho parlato nell'articolo su Gene Krupa e "Sing, Sing, Sing", e ai tom accordabili che contribuì a diffondere.

Cosa ci insegna questa storia

Quello che mi piace di questa storia è che la batteria non è stata progettata a tavolino: è nata dal lavoro quotidiano dei musicisti, che hanno risolto problemi pratici uno alla volta. Ancora oggi non esiste un set "standard": ognuno lo monta secondo la musica che suona.

Un esercizio per sentire la storia nelle mani: prova a suonare in "double drumming". Metti il rullante vicino alla grancassa (o usa due superfici diverse) e, a 80 bpm, suona con la destra i tempi 1 e 3 sulla grancassa e con la sinistra il 2 e il 4 sul rullante. Poi fai la stessa cosa con il pedale e le mani libere sul charleston. Sentirai subito quanta libertà ha dato quel pedale del 1909.

Fonti

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